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- Ti aspetto a Heuston Station. Fai con calma. -
- Minchia, minchia, minchia – ripeto io, neanche fossi Dorothy che cerca di tornare nel Kansas. Son sempre in ritardo. Anche se non e’ colpa mia se c’era traffico e il bus e’ arrivato 20 minuti dopo. Ora Dave mi aspetta alla stazione. Il conducente del bus per evitare il traffico ha fatto una leggera deviazione, arbitraria, che mi ha portato circa 20 minuti a piedi dalla stazione… michia minchia minchia. Ripeto io. Fortuna che ho le gambe lunghe e il passo svelto. – 10 minuti e sono li, ammazza l’attesa contando le macchine rosse. Se ne conti piu di 10 il primo drink lo pago io! –
Lo vedo da lontano, seduto nella sua sgangheratissima opel, non la cambia perke’ dice che ha carattere e io gli rispondo sempre che c’avra’ il carattere di un 80enne a giudicare da come va. Lui ride.
E’ concentrato a scrivere un msg e non mi vede, ha la faccia scura. Gli occhi sono neri come sempre ma non c’e’ luce adesso. Le rughette tra le sopracciglia sono un po piu’ marcate del solito.
- Come va? – splendido, io con i miei ritardi, dissimulo.
- Sei in ritardo!!! Ne ho contate solo 8, solita sfiga! Quando ti serve il traffico non lo trovi mai. – io non dissimulo abbastanza bene e neanche lui.
- Tranquillo, lascio scegliere a te il primo drink visto che paghi tu! –
- Ah bene, non solo faccio lo schiavo egizio ora mi prendi anche per il culo. Scusami se son venuto in auto, ho la lettiga dal meccanico – adoro il suo accento del southside, leggermente ricercato, merito della sua famiglia bene, a guardarlo sembra tutto tranne che ricercato. Porta sempre la barba di almeno due giorni, la accorcia, non la rade mai. I denti sono delicatamente disordinati e la cicatrice sulla fronte mi ricorda un po’ John Wayne o Clint Eastwood… ma poi se penso che se l’e’ procurata a 8 anni mentre cercava di fare king kong appeso allo stendipanni mi vien da sorridere. I suoi pantaloni sembrano sempre appena usciti dalla lavatrice e indossati bagnati, ma e' bello cosi com'e'.
- Zitto e guida, altrimenti ti faro’ frustare dalle mie guardie…. Anzi no forse ti piacerebbe troppo. Ti faro’ legare e ti obblighero’ a guardare le mie guardie fare la doccia, mani legatissime!! –
- Duncan non sta bene –
- …. Che intendi? Cosa e’ successo? Mi ha scritto giorni fa, come e’ possibile? – sapevo che qualcosa non andava ma facevo finta di nulla perche’ volevo aver torto.
- lo hanno ricoverato ieri, vicino Melbourne, sua sorella e’ con lui. – guardo Dave e lui per un attimo si gira e mi mostra I suoi occhi senza luce. Mi prende la mano e se la porta sul suo ginocchio. Io non voglio dire nulla. Aspettero’ un po’.
Duncan viveva qui a Dublino, ci ha vissuto per 14 anni. Duncan adesso vive a Melbourne, lui e’ HIV+ da 15 anni. Lo conobbi anni fa in un bar. Bello come pochi dopo i 35 sanno essere. Bello come solo lui sapeva essere. Con uno humor da cabarettista disoccupato. I suoi occhi mi hanno sempre ricordato I pacchi della pasta barilla vuoti, tutto blu intenso intorno e poi questo buco nero al centro. M’aspettavo sempre che apparisse la scritta barilla e il tempo di cottura da un momento all’altro. La fronte alta e il naso disegnato al goniometro, se lo guardi di profilo sembra uno di quei nasi affilati e altezzosi, poi basta guardarlo di faccia per accorgerti di quanto ingannevole sa essere la natura. Con le sue obbligatorie polo della Lacoste della taglia giusta, tanto giusta da far intendere senza alcun dubbio che aveva speso parecchi anni a correre dietro ad una palla da rugby. Duncan e’ stato con Dave per piu di 5 anni, poi son diventati amici, quel tipo di amico fraterno a cui non riesci a dir di no ma a cui non puoi neanche dire troppe volte si. Quando Duncan mi presento’ Dave, qualche settimana dopo esserci conosciuti, ebbi la stessa sensazione che hai quando sei dal dottore e aspetti I risultati, poi quello esce, faccia di pietra e quando e’ a 10 centimetri da te sboccia in un sorriso rassicurante pronunciando la sua battuta: Tutto ok!
Dave mi osservava da lontano con quegli occhi scuri, Duncan da vicino mi sussurrava di non farmi intimorire, che era un normale atteggiamento da sorellina gelosa, che bastava saperlo prendere per conquistarlo. Vado al bar.
- Dave, te ne posso prendere un altro?
- Non ti preoccupare, vado io tra un secondo, devo ordinarlo io oppure ti mollano una cosa qualsiasi.
- Ci posso provare, sembra Blackbush o Paddy’s? Giusto? Due cubetti? – le pupille gli si dilatano di un millimetro ulteriore, giusto un millimetro, tutto quello di cui avevo bisogno per fare breccia.
- Blackbush…. Due cubetti…. Il ghiaccio dopo pero’…. –
- il ghiaccio dopo… right up! – compiaciuto mi avvio al bar e da li poi la situazione si inverti’, Dave ed io passammo tutta la serata a parlare e scherzare e a prendere educatamente e figurativamente per il culo le divine checche dublinesi che si pavoneggiavano per il locale. Duncan ogni tanto si allontanava di qualche passo, portava la mano a L sul mento, e scuotendo il capo gridava: - cosa ho creato…!? Voi due insieme mi spaventate. –
Ne parlammo in tre, il giorno dopo, che la cosa doveva rimanere cosi. Dave perche’ preferiva investire su un nuovo amico che lottare contro un possibile rivale. Io perche’ preferivo investire su due nuovi amici anziché lottare contro un possibile fidanzato e tenere a distanza di sicurezza un fantasma del passato. Duncan ci osservava spaventato e leggermente divertito. Non lo disse ma son sicuro che e’ stato in quel momento che ha iniziato a considerarci i suoi due “lil’ monkeys” ….
Dopo un anno e’ tornato in Australia, ha ripreso possesso della sua vecchia casa, in cui aveva vissuto con I genitori da bambino. I genitori che lui tanto aveva amato ma che avevano deciso di limitare il loro affetto dopo la sua decisione di abbandonare il seminario e di andare a vivere nel peccato a londra. Quei genitori che gli avevano dato vita, quei genitori che ha perso non per colpa della morte, e come una specie di tributo ha deciso di tornare nel posto in cui loro hanno vissuto tutta la loro vita per capire se poi era stata proprio tutta colpa del peccato se ora sta morendo lentamente.
Razionale, lucido e calmo. Quando mi racconto’ della sua decisione e dei motivi che l’avevano spinto ad un drastico cambio.
Dave parcheggia, nelle linee, preciso come un paio d’occhiali nel fodero. Usciamo dall’auto che a momenti crolla in frantumi allo sbattere delle portiere. Ci dirigiamo al Front Lounge e io vado dritto al bar, lui al bagno, la sua vescica isterica inizia a farsi sentire.
- Blackbush, straight, 2 ice cubes on top and Jagermesiter with ice and a slash of blackcurrant – recito, come se fossi in farmacia.
Dave ritorna quasi in lacrime – Ma non dovevo comprare io il primo giro!? Mi sento un coglione, doveva per forza andarsene a 14 anni luce da qui. Un rene ha deciso di smettere di funzionare, cosi, all’improvviso, ma ti pare normale!? Si la sorella e’ li con lui, ma qui avrebbe avuto tutti i suoi amici, ci siamo conosciuti nel bagno di questo bar 8 anni fa, mentre facevamo la fila, mi aveva chiesto se mi piaceva il pissing perche’ stava per esplodere, non ce la faceva piu ad aspettare e se proprio doveva voleva trovare un modo per non doversi sentire in imbarazzo! Ma ti pare, gli scoppiai a ridere in faccia, risi cosi tanto che finí per scappare a me. Ma io glielo ho detto sai, ma perche’ te ne vai? E lui non mi ha mai saputo rispondere. –
- perche’ proprio 14? – mi spunta mentre rigiro il bicchiere.
- Cosa 14? –
- gli anni luce? Perche’ proprio 14? – lo guardo
- ma che ne so!!! 14 come 15 o 16 … era per dire – si agita un po’ troppo, se ne accorge, accenna un sorriso, e capisce la mia domanda.
- 14 e’ il suo numero fortunato, ti ricordi la torta dei 38 anni? 2 X 14 + 10 ? – sorrido.
- telefoniamo? –
- si, aspettiamo un po’ pero’, chiamiamo dopo mezza notte cosi lo troviamo sveglio –
- buffa questa, non mi ricordo una volta che sia andato a dormire prima delle due –
- non penso che negli ospedali australiani abbiano istituito degli appositi pubs per la libera circolazione di alcolici per pazienti con problemi renali –
- e su questo potresti anche aver ragione, aspettiamo va. Un altro giro?
- Si – strizzo l’occhio e gli do uno schiaffo sul culo, lui non grida ma fa finta di zoppicare.
10 giri dopo usciamo e ci dirigiamo alla macchina. Mantengo un equilibrio dignitoso ma Dave non ci prova neanche.
- Dammi le chiavi Dave – tono perentorio
- Sto bene sto bene, non ho nessuna intenzione di guidare, prendiamo un taxi – biascica
- Non e’ per quello, devo prendere la mia borsa dalla macchina e tu non riusciresti a centrare la serratura neanche se fosse grossa come il culo di tua sorella. –
- mmm e’ dimagrita sai, non e’ piu’ un elefante… piu’ un ippopotamo di media taglia ma mi sa che hai ragione –
- Fermiamoci in macchina per un momento, telefoniamo? –
- si dai dai dai – si illumina come un albero di natale al pensiero
- vado a prenderti una bottiglia d’acqua in quel negozietto, cosi almeno ti si scolla il palato dalla lingua e riesci ad articolare anche la mandibola, parli come un mocho vileda –
- sai cosa si dice dei mocho vileda? – No cosa? – che abbiano una bella mazza!! – lo guardo divertito, mi sento gli occhi sorridere a sentirlo fare battutacce del cazzo
- bevi su – gli dico…
- Ma squilla? Sta squillando? – si agita di nuovo;
- si si squilla, aspetta metto in viva voce, senti? – posiziono il telefono al centro;
- Haaaaallo? – spunta dal telefono una mezza voce che mi colpisce al petto, il suo accento bastardo, mezzo inglese mezzo bostoniano, tutta una messa in scena e lui lo sa, una mezza voce che dice piu’ di quanto vorrebbe
- Ciaaaaaaaaaaaaao! – in perfetto sincrono, senza prove moduliamo la lunghezza delle vocali in una identica, perfetta nota.
- ….. …... siete ubriachi!! You lil’ monkeys! – uno sbuffo sul ricevitore, sta sorridendo. Mi giro, Dave mi guarda, mi prende la mano e la posa sul suo ginocchio, sorridiamo.