venerdì, 27 luglio 2007

Rose Rosse Per Me

Oggi accanto al monitor in ufficio c'è una rosa. Ce l'ho messa io. Facciamo un passo indietro.



Stamattina mi sveglio, come al solito, rincoglionito dal caldo degli ultimi giorni. Mi butto sotto la doccia senza neanche chiedermi che giorno sia. MI vesto di fretta perchè appena realizzo che giorno sia mi accorgo di essere in ritardo, come al solito. Inizio a mettere di tutto nella borsa nel tentativo di non dimenticare qualcosa, come al solito. Corro per il corridoio, apro la porta, esco e chiamo l'ascensore. Dopo 2 secondi torno indietro perchè ho dimenticato il casco, come al solito. Finalmente scendo. Saluto il portiere. Lui grugnisce qualcosa, come al solito. Mi infilo gli auricolari e il casco, tolgo la catena allo scooter e poi finalmente noto qualcosa di insolito.

A bocca spalancata vedo una busta appesa al gancio del retro scudo. Contenuto: Una rosa rossa (in foto), un caffè, un cornetto alla crema, una lettera.

Un attentato terroristico con un cornetto bomba? No... però un botto io l'ho sentito. Solo io.

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categorie: telenovelas, che vita é
mercoledì, 25 luglio 2007

50 very special

Lui aveva la mia stessa età. Anche se ad occhio adulto potevamo sembrare perfetti coetanei, lo sguardo di un coetaneo riusciva a cogliere tutti quei particolari che mi facevano sentire ancora in fase di sviluppo.

La fitta peluria sul labbro superiore e un accenno sugli zigomi, il pomo d’adamo appena pronunciato che andava su e giu quando andavamo a bere la granita al bar in piazza, la camminata da calciatore con le gambe robuste e leggermente curve e quella sicurezza nel parlare con le ragazze.

A 14 anni nulla sembra facile. Un’estate intera lontano dalla città, solo con papà con cui avevo poca confidenza, sembrava quasi una punizione.  Il vespino special rendeva tutto meno pesante. Le colline da esplorare, l’odore di erba bruciata al sole, la completa spensieratezza, il dolce far nulla e questo amico nuovo da scoprire.

Quando una persona non è bella di solito la si descrive con un pulito: “simpatico” o “interessante” o in alcuni casi più preoccupanti “affascinante” … ma a quell’età non ci pensavo nemmeno ad affibbiare definizioni cosi assolute e/o fondamentalmente poco me ne fotteva. O ti piace o non ti piace. Punto. Di sicuro Tito era un tocco di manzo già a 14 anni. Alto, robusto, scuro ma cosi scuro che in piscina lo si vedeva chiaramente anche quando nuotava sott’acqua a 5 metri.

Le sue amiche gli facevano tutte il filo, tutte in tiro con le scollature al vento e i ciuffi tenuti su col saratoga. Tito aveva stranamente occhi solo per questo straniero piombato li in quell’ameno paesello e che continuava a girare con l’espressione sperduta. Cominciai a rendermene conto lentamente solo quando Tito stringeva più del dovuto in Vespa. Per le curve, su fino alle piscine, sotto il sole e senza casco. La crema sulle spalle in piscina, stesa col goniometro. Il gelato già scartato con precisione. Le partite a bigliardino sempre e solo in coppia. La sigaretta fumata rigorosamente a metà. Contatto di labbra.

- Ti porto in un posto. Ti piacciono i fiori?

- ...si, non che voglia fare il fioraio da grande.. ma si.

Un cimitero. Tanti fiori, ma non nei vasi, tutt’intorno e tutti avanti. Tutti sul prato antistante. Un prato con fiori in discesa verso il fiume. Il fiume non lontano e il rumore dell’acqua. Lo stupore sul viso. Stupito da un posto cosi, stupito dal fatto che un cimitero potesse essere in un posto cosi perfetto. Perfetto. E preciso sulle labbra. E poi ancora, stesi. E di nuovo sulle panche in riva al fiume. E poi senza fiato dopo la corsa in salita. Con l’alito di sigaretta fumata metà. Un faccia a faccia di tanti anni fa. 

Poi di nuovo la sera a casa. 16 anni fa oggi. E fino alla fine dell’estate. Tutti i giorni, trascorsi insieme ad affondare un po per volta con leggerezza le mani in un barattolo di miele. Tornare in città tra gli amici di sempre, tra le solite abitudini, nella propria casa, senza prati e senza fiori… sembrava quasi una punizione.


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lunedì, 09 luglio 2007

Chimica applicata: le ricette utili

"ma quando poi te ne accorgi è troppo tardi e allora sei fottuto" Me l'ha detto un'amica qualche giorno fa. Io non me ne ero accorto fino ad allora. 

Disincanto e disillusione. Un pizzico di leggerezza indotta e imposta. Sorrisi e canzoni quanto basta. Un pugno di ironia e una punta di allegria. Impastare e amalgamare con movimenti sinuosi e decisi. Accarezzare con dolcezza per poi afferrare con violenza. Continuare la preparazione intervallando ritmi diversi e a volte casuali. Parlare tanto, con tono basso e mai alzarlo per motivi che non siano frivoli o divertenti. Il tutto non va infornato nè mangiato, va lavorato, preparato e impastato... in questo sta tutto il gioco. E di gioco si tratta in alcuni casi, e in talaltri casi meglio che rimanga solo un passatempo, un piacevole rompicapo che ti rilassa la materia grigia e i muscoli volontari e non. Più ci giochi e più vorresti continuare. Con famelico sguardo e mano rapace. Occhi iniettati di allegria e sussulti sparsi ed incontrollati.

Quando poi l'impasto inizia ad indurirsi meglio aggiungere un tocco di leggerezza, un bicchiere di sorrisi a velo e uno scroscio di risate. E allora le mani iniziano di nuovo a scivolare senza intoppi. Consumare a varie riprese sembra lungo e poco pratico ma è di gran lunga meglio quando si fa colazione e pranzo a letto.

Smania che non mi prendeva da tempi dimenticati. Le mani non stanno ferme e cercano i solchi che si sono procurate. Fin quando non si accavallano con altri solchi, altri segni non loro, non miei. E nonostante lo sapessero, nonostante li si conoscessero non riescono a diventare bene accetti. Come interscambi ferroviari creano confusione e disorientamento. E allora mi lascio guidare, accellero e rallento, vario il ritmo e la velocità ma non decido la direzione. Non posso e non vorrei. Almeno per ora. Almeno fin quando c'è una persona che può decidere la destinazione e che mi fa sentire passeggero sul mio treno.

Scappo, fuggo, torno... chi lo sa.


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martedì, 13 marzo 2007

Come amante infedele

Le storie lunghe si sa, son quelle che fanno soffrire di piu' quando volgono al termine. Ne ho avute io di lunghe, ma non quanto questa. Erano piu' di dieci anni che gli donavo la mia fedelta' quotidianamente. Giorno dopo giorno ero riuscito a costruire e rimodellare le mie giornate grazie a lui. Ha sempre saputo tutto di me, ogni parola, ogni confidenza, ogni tenerezza e ogni momento importante. Ho avuto tanto in cambio, mi ha aiutato a comunicare con gli altri, mi ha svelato il lato piu' nascosto della parola parlata. E io volevo che fosse sempre con me, senza titubanze mi ha accompagnato ovunque io decidessi di andare, senza opporre la minima resistenza. Era uno di quei rapporti di cui vai vantandotene con gli amici... "sai, son piu' di dieci anni ed e' come se fosse iniziato solo ieri" Certo anche lui e' cresciuto molto con me. Ha cambiato sembianze, si e' ... come dire ... evoluto nei contenuti e nelle sembianze. Mi e' stato vicino quando ho iniziato a muovere i primi passi nel mondo del lavoro, fino ad oggi ed era diventato un compagno insostituibile, ineccepibile e ineguagliabile. Forse ci ho messo troppo sentimentalismo, forse avrei dovuto vivere questo rapporto con maggiore disincanto. Avrei dovuto aspettarmi che alle mie prime avvisaglie di cedimento sarebbe potuto accadere l'irreparabile. Forse aveva notato il mio interesse per i suoi antagonisti, ma la mia era pura e semplice ammirazione. Volevo capire cosa ci stesse succedendo dandomi quella guardata intorno. Ed e' successo per colpa di Marta, quella puttana, lei ha frainteso un qualcosa ed ha riferito tutto a lui. E da questa mattina e' sparito. Non c'e' piu'. Sono stato muto per una giornata intera. Non riuscivo piu' a comunicare come quando c'era lui. TIM mi ha abbandonato e mi ha staccato la linea. Cosi' come se niente fosse. Con il suo nome cosi orecchiabile e americaneggiante mi ha rubato il cuore. Lo ha tenuto stretto tra le sue mani per piu' di un decennio e poi e' svanito. "Carta Sim non registrata" appariva scritto .... le ultime parole che mi ha lasciato scritte. Mi dicevano "non si preoccupi... tornerá" .... ma non e' piu' tornato. TIM non c'e' piu' ed e' arrivato il momento di farsene una ragione. Passo a 3 e faccio una bella ammucchiata! OH! Chiodo scaccia chiodo.

Maledetta Marta, ovunque tu sia.... me la pagherai!

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giovedì, 08 febbraio 2007

A passeggio con Francesco



Tutte le mamme sognano grandi cose per i loro figli. Chi si aspetta di vederseli tornare a casa un bel camice bianco da dottore, chi con una toga nera, chi con la divisa della guardia di finanza. E in quest'ultima categoria rientrava mia madre. Che fino allo sfinimento mi prego' di partecipare ad una selezione anni fa. Inutile dire che a me poteva interessare entrare in guardi di finanza quanto prendere parte a degli esperimenti nucleari a cosce aperte. Il fatto che avrei potuto continuare a studiare e guadagnare un soldino contemporaneamente mi convinse a togliere sto sfizio a mia madre. Avevo 19 anni, e gia' allora nutrivo un odio inverecondo per tutto quello che rappresentasse o che venive espletato attraverso l'uso della burocrazia italiana. Gia' la domanda di partecipazione costitui' un vero parto tri gemellare, poi le prime selezioni all'ergife a roma. In fila, il primo giorno, all'alba. Due miliardi di ragazzi, cagati sotto come i bimbi di piccoli fans. Entriamo a scaglioni e a poco a poco ci fanno sedere in enormi aule per i test psico[patico] attitudinali. Cose del genere "ti piacciono i fiori" ALLORA SEI FROCIO! "Faresti il fioraio" ALLORA SEI FROCIO! "Hai mai provato piacere nel guardare Drive In" ALLORA POTRESTI ESSERE ETERO!

Penso lucidamente che sia stato proprio in quell'occasione che ho per la prima volta pensato di poter essere gay. Essere gay nel senso di vivere da gay. Ed esattamente verso le 10.15 circa di quel primo giorno di test. Quando una mano mi fece toc toc sulla spalla e mi accorsi che a quella mano era collegato al braccio collegato al busto collegato al viso piu' bello che io avessi mai visto fino ad allora e per molti anni a venire.

"Hai una penna in piu'? ..... per favore"
"....eh.... si .... penso di si.... ecco"


Queste furono le parole che penso mi abbiano aperto un universo nuovo, che hanno dato le basi per arrivare a quello che in parte sono oggi.

Si chiama Francesco. Quando mi restitui' la penna mi ringrazio' e iniziammo a parlare dei test, impressioni, della paura di aver sbagliato etc etc. Me ne fregava un cazzo a me dei test e figurarsi della paura di sbagliarli. Mi interessava solo parlare con lui e di avere un motivo per poterlo guardare in faccia. Occhi verdi, mascella leggermente squadrata, pelle olivastra. Fini' tutto li. Addio.

Quando ci scontrammo nuovamente alle visite mediche qualche mese dopo avevo il batticuore. Pensavano avessi un problema al cuore durante l'elettrocardiogramma. Tutto torno' alla normalita' quando Francesco usci' dalla stanza. I nostri cognomi erano talmente assonanti che finimmo per fare tutti i test insieme. Nudi in fila per la visita ai genitali, a dorso nudo per la schermoscopia, a pacche all'aria per la culoscopia.

Nelle pause andavamo in giro per i giardinetti. Mi racconto' qualcosa di lui, della sua casa ad Aprilia, della sua fidanzata. Gli raccontai della mia, dei miei studi, del mio scooter e della musica che ascoltavo. Era un patito di Celine Dion. Il cd nuovo ce l'aveva a doppione. Me lo regalo' senza pensarci due volte. Ero innamorato.

Ci scambiammo i numeri di telefono. Quando ebbi la chiamata per la successiva ondata di test la prima cosa che feci fu chiamare Francesco. Anche lui l'aveva ricevuta. Stesso giorno, stessa ora a Roma. Contavo i giorni alla rovescia. Quando lo rividi ebbi un tuffo al cuore. A momenti mi lacrimavano gli occhi e forse lacrimarono sul serio. Poi un gomito valgo per me, ed una serie di calli ossei per lui si intromisero tra di noi. Tutto fini'. Lui pianse, suo padre finanziere ci sarebbe rimasto molto male ma evidentemente le sue raccomandazioni non erano state abbastanza potenti. Io lo abbracciai, e gli dissi che se suo padre si fosse dispiaciuto gli avrei parlato io. Frasi di una coglionaggine unica che solo a 19 anni puoi permetterti di dire. Volevo difenderlo ed abbracciarlo e baciargli la fronte. Li nel piazzale antistante la caserma. Lui mi poggio' la fronte sulla spalla e mi abbraccio'. Io braccia stese parallele al corpo. Ero in trappola, non potevo muovermi. E, d'altronde, io non avrei voluto essere in nessun'altro luogo in quel momento, sarei rimasto li per giorni e mesi se lui non avesse tirato via le braccia. Asciugandosi gli occhi mi sorrise. Quindi capii che stava per finire. Arrivo' il padre. Lui gli ando' in contro con la testa bassa e da lontano alcune parole mi rimbombarono nelle orecchie, ma non potevo capire, ero stonato, come se avessi un tamburo al posto della testa. Guardavo il padre di Francesco e pensavo che sua madre doveva essere davvero bellissima per bilanciare a tanta tozza e sgraziata bruttezza. Il viso arcigno e le mani l'una nell'altra dietro la schiena mentre parlava con Francesco. Ebbi un moto di rabbia, poi Franscesco mi venne in contro. Ci salutammo sotto gli occhi vuoti del padre. Una stretta di mano, una promessa di sentirci, di vederci magari d'estate, magari per Natale.

Mesi dopo telefonai. Rispose una voce di donna, squillante e allegra. Riattaccai e non ho mai piu' provato a chiamare.

Imparai a memoria la sua canzone preferita. E neanche mezz'ora fa l'ho ascoltata per caso, tra migliaia. Son passati 10 anni suonati ma ancora me la ricordo, nota dopo nota, gorgheggio su gorgheggio, parola per parola.


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sabato, 03 febbraio 2007

Personaggi

Ho passato una bella serata. Ho con l'acca ed anche un po' di lacca. Dopo tre aperitivi mediamente alcolici in tre bar mediamente diversi con tre compagnie decisamente diverse. Di quelle serate quando incontri tanta gente e metti insieme un po' di amici, che magari non si conoscono nemmeno tra di loro. Si crea amalgama e buona conversazione. Alcuni tengono banco, altri son troppo stanchi per essere altrettanto smaglianti ma partecipano per quanto possono.

Tante Persone a me piu' o meno care per un motivo o per l'altro e persone nuove che forse non lo saranno mai:

Una mi ha vomitato addosso tutti i suoi problemi e mi ha detto quanto mi vuole bene, e mi ha fatto piacere,

Una ha cercato di ammogliarmi con un presunto insegnante di francese stile julie andrews in sound of music [cappottino e coreografie erano le stesse], e non mi ha fatto piacere,

Una faceva bella mostra di un regalo che io avevo fatto secoli fa e che io avevo dimenticato, e mi ha fatto piacere,

Una ha cercato di mettere in mezzo un possibile ritorno di fiamma [che non era un film di fiammetta ortega!], non so se mi possa far piacere,

Una indossava una gonna stile Finnicella [aka Eleonora Giorgi] in Mia Moglie e' Una Strega ... che mi ha fatto palpitare. a papa' avrebbe fatto piacere,

Una mi ha mostrato come le donne possano masturbarsi in maniera digitale ed allo stesso tempo esercitarsi con l'arpa, a Piero Angela avrebbe fatto piacere assistere,

Una addirittura senza alcun pudore ha continuato a massiaggiarmi l'interno cosce con il piede, shoeless, ma con un sensazionale calzino bianco con buchetto al tallone, a lui ha fatto piacere. :)

Tornando a casa Una persona che conosco da 3 giorni mi ammonisce dicendomi che ultimamente non gli sono stato abbastanza vicino.... ..... ha fatto un piacere alla mia autoricarica,

Con una ci scappa anche un incontro corpo a corpo dopo un sorprendente quanto casuale incontro-scontro, e si che mi ha fatto piacere.

Lascio questo post come pro memoria a me stesso per quei giorni in cui mi sento di merda e la mia vita sembra triste e piatta come il decollete della Litizzetto. Beh in queste occasioni mi sembra piu' un puntatone serale di Topazio! :)

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martedì, 30 gennaio 2007

Mr Zerbino

Era un tipo ordinario ed ordinato. Un uomo speciale nella sua normalita', unico nel suo genere, un po' come tutti. Il suo sguardo non aveva nulla di particolare ed i suoi modi, seppur genuini, riuscivano ad infastidire anche gli indumenti che indossava. Pacato ed insofferente a tratti. Una di quelle persone che ti guardano con sguardo buono e ti fanno venir voglia di spaccargli la faccia, a gratis. Ti avrebbe dato sempre ragione fino allo sfinimento per paura di farti incazzare. La sua natura insicura non gli permette di prendere posizioni, di avere una opinione se non fedelmente ricalcata da quella altrui, in caso di conversazione a due, o da quella della maggioranza in caso di conversazione di gruppo. Una volta mi disse che non si trovava d'accordo con me, ma non ne ricordava il perche' e si scuso'. Avrei potuto sfogarmi su di lui, infierire per renderlo piu' forte. Finche' non ho capito che provava una forma di piacere nell'essere attaccato. Attacchi dettati dalla ricerca di una qualsiasi forma di reazione o dalla mancanza di ossigeno. Attacchi a volte silenziosi, eppure faticosi. La chiamano la sindrome dello zerbino. Andava molto in voga tra i ragazzi negli anni '80 dicono... quando ancora le ragazze giocavano a far finta di non darla via. Uno zerbino da maltrattare, su cui pulirsi le scarpe prima di entrare in casa, da sporcare e da cambiare poi quando e' troppo rovinato.

Sembra utile e' vero... ma anche lo scopettino del cesso e' utile... ma non per questo ne desidero uno.

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lunedì, 29 gennaio 2007

OMOsentimentalismo


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venerdì, 11 agosto 2006

Vacanza con me

Apparizione e sparizione tra righe bianche e colori sfocati. Quando ti muovi in uno spazio indefinito non sai cosa accade intorno a te ed assumi espressioni che non sono tue. Coscienza scenica o necessita’ sociale? Sotto un cielo immenso non sarebbe giusto immaginare canzoni e stornelli per un pubblico sordo, non importa quante stelle sono accese e non importa quanti occhi son sbarrati. Un applauso non ripaga dello sforzo, una piega del volto si.
In una citta’ che ti ingoia, nel traffico che ti schiaccia, tra genti scure che si sbracciano, sotto un sole invadente tutto sembra troppo ed esageratamente grande. Tra avari di cuore e rivoluzionari del sesso io stendo il bucato ma sbaglio candeggio. Accendo una sigaretta ma brucio il filtro. Apro un libro e inizio a scrivere ma le pagine volano via, sciolte e maleducate. Scatto una foto sfocata e canto una canzone stonata.
Mi chiama una voce e io faccio finta di niente. Poi mi giro e mi vedo allo specchio. Mi vedo stanco e col trucco sfatto. Il naso fuori posto, I capelli male accomodati, le sopracciglia stufe di parare la pioggia, le orecchie al contrario e gli occhi di un altro colore. La bocca aperta con l’ugola di fuori. Cerco di ragionare con me stesso e mi chiedo cosa sia questa matassa di pellicole bruciacchiate che mi spunta dal naso. Guardo questo film all’incontrario.
Sorrido di rancore e penso ad un sorriso di ciliegie. Sospiro pensando ad un vento fresco in agosto. Rido a crepapelle pensando ai popcorn. Tra tutte le cose belle che potevano capitarmi io le ho avute quasi tutte. Sono viziato dalle mie fantasie e coccolato dai miei sensi. Mi accompagna il mio battito e le mie parole accarezzano le mani di chi stringe le mie. I miei ricordi sono riccioli di cioccolato su una torta alla crema. Il mio respiro e’ caldo come un forno a legna. Le mie vene ancora vibrano come corde di chitarra. La mia fronte e’ fiera come un fregio nobiliare e negli occhi ho ancora due tizzoni di braciere. Alzo il braccio e disegno nell’aria un nome che non e’ il mio. Nessuno riuscira’ a leggerlo e forse neanche io ma voglio ancora sognare tutto quel che posso. 

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lunedì, 03 luglio 2006

Sorrisando

Mi chiedo in continuazione se la gente faccia davvero caso a quante volte si sorride durante una giornata tipo. Ho iniziato a chiedermelo piu’ o meno quando ho notato che involontariamente sbuffavo ferocemente, copiosamente. L’aria espulsa a gran forza senza una precisa premeditazione. Allora un po’ per gioco un po’ per fissazione ho cominciato a farci caso, con spirito di osservazione e un pizzico di discrezione. 

Allora decido di sorridere, anche per nulla, anche solo per una battuta cretina o un ricordo che riaffiora alla mente. Pescando qui e li come cozze dal Sarno capitano anche quei ricordi spiacevoli, quelli tristi e con gli amanti. Occasione in piu’ per un po di esorcismo squaglia checca e baccala’ occhio malocchio prezzemolo e finocchio.





Allora decido di sorridere, anche per qualcosa di carino. Un raggio di sole prepotente che mi buca la retina attraverso la lente degli occhiali scuri. Ardente e sempre presente. Penso a quella volta su di un prato, caddi e non provai nessun dolore. E canto una canzone che mi piace e che vorrei saper cantare.





Allora decido di sorridere quando penso alle fortune che io solo ho. Alle fortune che non tutti hanno. A quelle che ho avuto, quelle che ho saputo conservare e quelle che ho fatto fruttare e quelle nuove buone buone. Quelle che ti soprendono, le fortune che ti acchiappano alla gola e quelle che ti investono di contentezza. Quelle esagerate che tieni strette di notte e quelle scomode che ti aspettano di mattina a fianco alla sveglia.




Allora decido di sorridere per I miei amici, per la mia famiglia, per il mio gatto e per la marlboro light che ho tra le labbra. Decido di farglielo sapere con un abbraccio, un bacio in testa e una pacca sulla spalla. Per chi mi ha lanciato il salvagente. Per lo sconosciuto che sbotta per strada, complice di un istante e poi via. Sorrido per quello  sguardo scuro che sceglie di schiarirsi solo per me, ma non troppo, poco per volta, con misura. Che mi regala un sorriso. Allora si che decido di sorridere ancor di piu’.


Allora mi viene da sorridere, e non devo deciderlo piu’.

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venerdì, 26 maggio 2006

Vipere In Corpo

Iniziai a pensarci mesi fa. Le osse erano gelate, il cervello ormai atrofico e il cuore mi pulsava troppo forte. La mia casa era infestata da un ectoplasma troppo poco ingombrante. A stento lo si notava, tanto che ad un certo punto ho smesso di notarlo. Sobbarcarmi tutti le sue paranoie, le sue complicazioni quotidiane e le sue piccole nevrosi inspiegabili non era piu’ un piacere. Masochista? Forse. La mia Urban Family mi aiutava molto, due parole dette cosi, due paroline dette cosa. Via telefono o accerchiati dal fumo di una canna. Mi aggrappo al lavoro. Mi aggrappo alle partite di volley. Mi aggrappo alla tenda della doccia per non cadere, ma quella prima o poi cede, scivolo e mi spezzo l’osso del capicollo. La decisione poi giunge quasi inaspettata, come se mi fossi autoconvinto di non averci mai realmente pensato che tutto questo potesse accadere sul serio. Una telefonata con la mia neuro sorella e dopo cinque minuti inizio a predisporre tutto.
I 4 anni piu intensi della mia relativamente breve vita si sono scolpiti nel midollo osseo e non e’ stata poca la forza di volonta’ necessaria a salire su quel traghetto. Ancora ubriaco dalla sera prima. Sudato e affranto come il giro vita di Costanzo. La mia Urban Sister che mi aiuta a caricare l’auto a sottovuoto e che mi saluta coi lacrimoni. Poi mi dice di andarmene a ‘fanculo. Mi sbarro gli occhi dietro gli occhiali da sole per un sole non pervenuto. Dopo due ore di canto a squarciagola e singhiozzi strozzati vengo letteralmente pigiato nella pancia di una balena di metallo. 20 ore di navigazione + 3 giorni al volante: la prognosi. Trauma. Ritorno alla realta’. Rifiuto. Accettazione. Nuovo rifiuto. Simulo che tutto sia tranquillo, che tutto vada bene, che il sorriso sia vero. Le guance son tirate ma sono I muscoli a farle muovere. E qualcosa non mi torna.
Ho lasciato tanto. Ho lasciato amici, ho lasciato amanti, ho lasciato posti, ho lasciato abitudini, ho lasciato quel cielo, ho lasciato chiacchiere, ho lasciato promesse, ho lasciato tante cose che avrei voluto portar con me.
Mi dicono che e’ tutto normale. L’ho fatto perche’ volevo e perche’ dovevo in un certo senso. Ad ogni kilometro che mi lasciavo dietro sentivo un leggero pizzicotto nello stomaco. 1, 2, 3 …. 657, 1433, 2111, 2428, 2700.
2700 pizzicotti, 2700 sospiri, 2700 pensieri, 2700 preoccupazioni, 2700 ragionamenti, 2700 canzoni, 2700 vipere in corpo. Non mi agito, non rido troppo forte, non salto e non corro. Se mi mordono tutte insieme mi staccano quel pezzettino di cuore che m’e’ rimasto.

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martedì, 09 maggio 2006

Lil' Monkeys

- Ti aspetto a Heuston Station. Fai con calma. -
- Minchia, minchia, minchia – ripeto io, neanche fossi Dorothy che cerca di tornare nel Kansas. Son sempre in ritardo. Anche se non e’ colpa mia se c’era traffico e il bus e’ arrivato 20 minuti dopo. Ora Dave mi aspetta alla stazione. Il conducente del bus per evitare il traffico ha fatto una leggera deviazione, arbitraria, che mi ha portato circa 20 minuti a piedi dalla stazione… michia minchia minchia. Ripeto io. Fortuna che ho le gambe lunghe e il passo svelto. – 10 minuti e sono li, ammazza l’attesa contando le macchine rosse. Se ne conti piu di 10 il primo drink lo pago io! –
Lo vedo da lontano, seduto nella sua sgangheratissima opel, non la cambia perke’ dice che ha carattere e io gli rispondo sempre che c’avra’ il carattere di un 80enne a giudicare da come va. Lui ride.
E’ concentrato a scrivere un msg e non mi vede, ha la faccia scura. Gli occhi sono neri come sempre ma non c’e’ luce adesso. Le rughette tra le sopracciglia sono un po piu’ marcate del solito.
- Come va? – splendido, io con i miei ritardi, dissimulo.
- Sei in ritardo!!! Ne ho contate solo 8, solita sfiga! Quando ti serve il traffico non lo trovi mai. – io non dissimulo abbastanza bene e neanche lui.
-  Tranquillo, lascio scegliere a te il primo drink visto che paghi tu! –
- Ah bene, non solo faccio lo schiavo egizio ora mi prendi anche per il culo. Scusami se son venuto in auto, ho la lettiga dal meccanico – adoro il suo accento del southside, leggermente ricercato, merito della sua famiglia bene, a guardarlo sembra tutto tranne che ricercato. Porta sempre la barba di almeno due giorni, la accorcia, non la rade mai. I denti sono delicatamente disordinati e la cicatrice sulla fronte mi ricorda un po’ John Wayne o Clint Eastwood… ma poi se penso che se l’e’ procurata a 8 anni mentre cercava di fare king kong appeso allo stendipanni mi vien da sorridere. I suoi pantaloni sembrano sempre appena usciti dalla lavatrice e indossati bagnati, ma e' bello cosi com'e'.
- Zitto e guida, altrimenti ti faro’ frustare dalle mie guardie…. Anzi no forse ti piacerebbe troppo. Ti faro’ legare e ti obblighero’ a guardare le mie guardie fare la doccia, mani legatissime!! –
- Duncan non sta bene –
- …. Che intendi? Cosa e’ successo? Mi ha scritto giorni fa, come e’ possibile? – sapevo che qualcosa non andava ma facevo finta di nulla perche’ volevo aver torto.
- lo hanno ricoverato ieri, vicino Melbourne, sua sorella e’ con lui. – guardo Dave e lui per un attimo si gira e mi mostra I suoi occhi senza luce. Mi prende la mano e se la porta sul suo ginocchio. Io non voglio dire nulla. Aspettero’ un po’.
Duncan viveva qui a Dublino, ci ha vissuto per 14 anni. Duncan adesso vive a Melbourne, lui e’ HIV+ da 15 anni. Lo conobbi anni fa in un bar. Bello come pochi dopo i 35 sanno essere. Bello come solo lui sapeva essere. Con uno humor da cabarettista disoccupato. I suoi occhi mi hanno sempre ricordato I pacchi della pasta barilla vuoti, tutto blu intenso intorno e poi questo buco nero al centro. M’aspettavo sempre che apparisse la scritta barilla e il tempo di cottura da un momento all’altro. La fronte alta e il naso disegnato al goniometro, se lo guardi di profilo sembra uno di quei nasi affilati e altezzosi, poi basta guardarlo di faccia per accorgerti di quanto ingannevole sa essere la natura. Con le sue obbligatorie polo della Lacoste della taglia giusta, tanto giusta da far intendere senza alcun dubbio che aveva speso parecchi anni a correre dietro ad una palla da rugby. Duncan e’ stato con Dave per piu di 5 anni, poi son diventati amici, quel tipo di amico fraterno a cui non riesci a dir di no ma a cui non puoi neanche dire troppe volte si. Quando Duncan mi presento’ Dave, qualche settimana dopo esserci conosciuti, ebbi la stessa sensazione che hai quando sei dal dottore e aspetti I risultati, poi quello esce, faccia di pietra e quando e’ a 10 centimetri da te sboccia in un sorriso rassicurante pronunciando la sua battuta: Tutto ok!
Dave mi osservava da lontano con quegli occhi scuri, Duncan da vicino mi sussurrava di non farmi intimorire, che era un normale atteggiamento da sorellina gelosa, che bastava saperlo prendere per conquistarlo. Vado al bar.
- Dave, te ne posso prendere un altro?
- Non ti preoccupare, vado io tra un secondo, devo ordinarlo io oppure ti mollano una cosa qualsiasi.
- Ci posso provare, sembra Blackbush o Paddy’s? Giusto? Due cubetti? – le pupille gli si dilatano di un millimetro ulteriore, giusto un millimetro, tutto quello di cui avevo bisogno per fare breccia.
- Blackbush…. Due cubetti…. Il ghiaccio dopo pero’…. –
- il ghiaccio dopo… right up! – compiaciuto mi avvio al bar e da li poi la situazione si inverti’, Dave ed io passammo tutta la serata a parlare e scherzare e a prendere educatamente e figurativamente per il culo le divine checche dublinesi che si pavoneggiavano per il locale. Duncan ogni tanto si allontanava di qualche passo, portava la mano a L sul mento, e scuotendo il capo gridava: - cosa ho creato…!? Voi due insieme mi spaventate. –
Ne parlammo in tre, il giorno dopo, che la cosa doveva rimanere cosi. Dave perche’ preferiva investire su un nuovo amico che lottare contro un possibile rivale. Io perche’ preferivo investire su due nuovi amici anziché lottare contro un possibile fidanzato e tenere a distanza di sicurezza un fantasma del passato. Duncan ci osservava spaventato e leggermente divertito. Non lo disse ma son sicuro che e’ stato in quel momento che ha iniziato a considerarci i suoi due “lil’ monkeys” ….
Dopo un anno e’ tornato in Australia, ha ripreso possesso della sua vecchia casa, in cui aveva vissuto con I genitori da bambino. I genitori che lui tanto aveva amato ma che avevano deciso di limitare il loro affetto dopo la sua decisione di abbandonare il seminario e di andare a vivere nel peccato a londra. Quei genitori che gli avevano dato vita, quei genitori che ha perso non per colpa della morte, e come una specie di tributo ha deciso di tornare nel posto in cui loro hanno vissuto tutta la loro vita per capire se poi era stata proprio tutta colpa del peccato se ora sta morendo lentamente.
Razionale, lucido e calmo. Quando mi racconto’ della sua decisione e dei motivi che l’avevano spinto ad un drastico cambio.
Dave parcheggia, nelle linee, preciso come un paio d’occhiali nel fodero. Usciamo dall’auto che a momenti crolla in frantumi allo sbattere delle portiere. Ci dirigiamo al Front Lounge e io vado dritto al bar, lui al bagno, la sua vescica isterica inizia a farsi sentire.
- Blackbush, straight, 2 ice cubes on top and Jagermesiter with ice and a slash of blackcurrant – recito, come se fossi in farmacia.
Dave ritorna quasi in lacrime – Ma non dovevo comprare io il primo giro!? Mi sento un coglione, doveva per forza andarsene a 14 anni luce da qui. Un rene ha deciso di smettere di funzionare, cosi, all’improvviso, ma ti pare normale!? Si la sorella e’ li con lui, ma qui avrebbe avuto tutti i suoi amici, ci siamo conosciuti nel bagno di questo bar 8 anni fa, mentre facevamo la fila, mi aveva chiesto se mi piaceva il pissing perche’ stava per esplodere, non ce la faceva piu ad aspettare e se proprio doveva voleva trovare un modo per non doversi sentire in imbarazzo! Ma ti pare, gli scoppiai a ridere in faccia, risi cosi tanto che finí per scappare a me. Ma io glielo ho detto sai, ma perche’ te ne vai? E lui non mi ha mai  saputo rispondere. –
- perche’ proprio 14? – mi spunta mentre rigiro il bicchiere.
- Cosa 14? –
- gli anni luce? Perche’ proprio 14? – lo guardo
- ma che ne so!!! 14 come 15 o 16 … era per dire – si agita un po’ troppo, se ne accorge, accenna un sorriso, e capisce la mia domanda.
- 14 e’ il suo numero fortunato, ti ricordi la torta dei 38 anni? 2 X 14 + 10 ? – sorrido.
- telefoniamo? –
- si, aspettiamo un po’ pero’, chiamiamo dopo mezza notte cosi lo troviamo sveglio –
- buffa questa, non mi ricordo una volta che sia andato a dormire prima delle due –
- non penso che negli ospedali australiani abbiano istituito degli appositi pubs per la libera circolazione di alcolici per pazienti con problemi renali –
-  e su questo potresti anche aver ragione, aspettiamo va. Un altro giro?
- Si – strizzo l’occhio e gli do uno schiaffo sul culo, lui non grida ma fa finta di zoppicare.
10 giri dopo usciamo e ci dirigiamo alla macchina. Mantengo un equilibrio dignitoso ma Dave non ci prova neanche.
- Dammi le chiavi Dave – tono perentorio
- Sto bene sto bene, non ho nessuna intenzione di guidare, prendiamo un taxi – biascica
- Non e’ per quello, devo prendere la mia borsa dalla macchina e tu non riusciresti a centrare la serratura neanche se fosse grossa come il culo di tua sorella. –
- mmm e’ dimagrita sai, non e’ piu’ un elefante… piu’ un ippopotamo di media taglia ma mi sa che hai ragione –
- Fermiamoci in macchina per un momento, telefoniamo? –
- si dai dai dai – si illumina come un albero di natale al pensiero
- vado a prenderti una bottiglia d’acqua in quel negozietto, cosi almeno ti si scolla il palato dalla lingua e riesci ad articolare anche la mandibola, parli come un mocho vileda –
- sai cosa si dice dei mocho vileda? – No cosa? – che abbiano una bella mazza!! – lo guardo divertito, mi sento gli occhi sorridere a sentirlo fare battutacce del cazzo
- bevi su – gli dico…
- Ma squilla? Sta squillando? – si agita di nuovo;
- si si squilla, aspetta metto in viva voce, senti? – posiziono il telefono al centro;
- Haaaaallo? – spunta dal telefono una mezza voce che mi colpisce al petto, il suo accento bastardo, mezzo inglese mezzo bostoniano, tutta una messa in scena e lui lo sa, una mezza voce che dice piu’ di quanto vorrebbe
- Ciaaaaaaaaaaaaao! – in perfetto sincrono, senza prove moduliamo la lunghezza delle vocali in una identica, perfetta nota.
- ….. …... siete ubriachi!! You lil’ monkeys! – uno sbuffo sul ricevitore, sta sorridendo. Mi giro, Dave mi guarda, mi prende la mano e la posa sul suo ginocchio, sorridiamo.

partorito da: EirKermit alle ore 11:52 | link | commenti (8)
categorie: telenovelas
giovedì, 04 maggio 2006

Eirí Na Gréine

Ho sempre pensato che la musica sia molto importante. In ogni situazione. Forse per una necessita’ indotta di assegnare ad ogni momento una colonna sonora. Cresciuti e formati dinanzi ad uno schermo, grande o piccolo, ti sembra naturale che certe frasi debbano essere sottolineate dalla giusta musica di sottofondo.

Cosi come diceva Barbra Streisand in Mirror Has Two Faces: “quando baci qualcuno ti aspetti che partano le campane e la musica celestiale”, visione dell’amor romantico che tutti alla fin fine cederebbero se non fosse cosi stereotipata e dannatamente mellliflua.

Nella realta’, purtroppo, le campane suonano solo a mezzogiorno e spesso le ascolti solo di domenica quando tu cerchi di dormire quel poco in piu’. E si finisce quindi per maledirle. In alcuni momenti anche solo una canzone alla radio, un cd, un grammofono o un giradischi a dinamo, qualsiasi cosa… ma un po’ di musica in sotto fondo e’ assolutamente necessaria.

Lui: “ho davvero bisogno di parlarti di qualcosa di serio”
Io: “oddio, dimmi, che e’ successo?”
Lui: “beh, vedi, e’ successo che io mi sto avvicinando parecchio a te”
Io: “si avevo notato, e un po’ mi fa piacere, un po’ mi confonde”
Lui: “ecco vedi, e’ proprio la seconda parte che mi lascia perplesso, so che e' presto e forse inopportuno, ma se solo avessi piu’ tempo a disposizione riuscirei a dimostrarti che ne vale la pena riprovarci”
Io: “Ma non ce n’e’ abbastanza di tempo e non hai bisogno di dimostrarmi nulla”
Lui: “ Ma io sento questa cosa crescere e non so che nome darle, non so che parole posso usare, non so come dirtelo … che insomma …. Vedi …. PRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRR ….. oops scusa, apro la finestra, e’ una di quelle puzzolenti, deve essere la pizza coi peperoncini che mi si ripropone …. “
Io: “beh a giudicare cosi sembrerebbe piu’ il capretto di pasqua in fermentazione…”

Se solo avessi acceso lo stereo in tempo!!!

partorito da: EirKermit alle ore 10:10 | link | commenti (20)
categorie: telenovelas, che vita é
martedì, 02 maggio 2006

Scendo io.

 
Io e la mia cagnetta giocavamo a palletta.
Io e la mia cagnetta ci giocavamo sempre.
E non ci stancavamo mai. Un tira e molla continuo. Evita ostacoli, colonne, vasi, buche, ma ci riuscivamo sempre a giocare a palletta. Ed era facile divertirsi. Lei non poteva ridere o sorridere ma lo so che se avesse potuto lo avrebbe fatto. Di cuore, a crepapelle, come le risate dei bimbi di un anno. Quelle risate che assomigliano un po’ al verso delle anatre ma piu veloce ripetutamente e un po meno acuto.
Il gioco e’ semplice, ve lo spiego:
Prendi una palletta, possibilmente da Tennis, ma in mancanza di questa ci si puo’ anche accontentare di un qualsiasi oggetto di simile foggia. Assolutamente da evitare le palline rimbalzine [meglio conosciute come ZompaZompa ™] a meno che non ci sia bisogno di allenarsi per I campionati di Dodge Ball di Kyoto.
Prendi un cane, per giochi indoor meglio orientarsi su una taglia media, medio/piccola; se poi avete a disposizione un terrazzo o meglio ancora un giardino lasciatevi andare alle gioie di un bel pastore maremmano o un terranova o equivalente.
Lanciare con decisione la pallina, variando continuamente intensita’ e lunghezza del lancio. Intervallare I lanci con simpatiche finte di corpo, ora col polso, ora braccio o col busto. Per I cani piu’ allenati e’ talvota necessario esercitarsi anche ad assumere uno sguardo convinto.
Il gioco va avanti cosi, fino a che:
a) Il lanciatore subisce un infortunio, si lussa una spalla o semplicemente si stanca.
b) Il cane subisce un infortunio, salta al di la della balaustra e fa un salto di 9 piani, o semplicemente si stanca.
c) si resta a corto di pallette.
La mia cagnetta non si stancava mai. Non si infortunava mai e non e’ mai saltata giu’ oltre la balaustra per rincorrere le innumerevoli pallette cadute giu’.
Si limitava a guardarmi, fisso, col sopracciglio leggermente incurvato all’in giu’, testa leggermente inclinata, il muso chiuso, la coda e le orecchie dritte e l’occhio lucido. A meta’ strada tra il perplesso e l’incredulo.
Siamo cresciuti praticamente insieme, avevo 3 anni quando mia sorella la trovo’ appena nata nei boschi di Quisisana. Ne avevo da poco compiuti 20 quando, con lei sul sedile posteriore, guidavo l’auto su per le curve diretto a quegli stessi boschi per seppellirla.
Se adesso mi guardassi allo specchio son sicuro di avere la stessa sua espressione, quando con quell’occhio lucido cercava di chiedermi il perche’ la pallina avesse tutto d’un tratto deciso di sfuggire alla mano del padrone e ai suoi canini rapidi e con un balzo, tanto improvviso quanto probabile,  deciso in alternativa di buttarsi giu’ dal 7mo piano.
Ok ok …. Scendo io a prenderla, ma mi ci vorra’ un po’.

partorito da: EirKermit alle ore 08:40 | link | commenti (13)
categorie: telenovelas
venerdì, 21 aprile 2006

Certi fantasmi di tanti anni fa

Inbox: 3 new messages. Clicco. L’inbox si apre. Spunta il nome di lei. Oddio! Saranno almeno 6 anni che non sento o incontro A., ad eccezione dei doverosi auguri di buon natale, buona pasqua, buon ferragosto e buon compleanno; a cui con dovizia rispondo sempre aggiungendo uno sorrisetto extra tanto per dare piu’ carico ai ricordi che conservo di tutti quegli anni condivisi tra I banchi di scuola, le selle dei motorini sgangherati, le prime sigarette e le giornate di bigia a scuola passate sugli scogli a prendere il sole.

Come stai? Un sacco che non ci si sente. Qui sono immersa nei casini, il lavoro non lo digerisco piu’, mio marito e’ sempre piu’ rompicoglioni, l’amante peggio, fortuna che c’ho la mia bimba. Sono insoddisfatta, ho paura di essere diventata quello che tanto temevamo. Se solo potessi tornare indietro saprei chi scegliere. Ma tu preferisti la mia amica, tutta colpa tua quindi! Vorrei tanto poter parlare un po con te.

O dio mio. Sprofondo nella poltroncina. Non capisco. Ricordo le inflessioni della sua voce e cerco di immaginarmela mentre dice queste parole.

Benone dai, un po di intoppi per strada ma me la cavo. Non fare la vittima, sei tu che non ti filavi nessuno. La tua amica M. non la sento da un po’, sposata con prole in crescita, non vorrei disturbare. Forse faresti meglio a parlar con lei, direi che avreste piu’ argomenti in comune adesso eheh. Complimenti per l’amante, salutami tuo marito e dai un bacio alla bimba. Mi fa piacere risentirti.

Scherzo. Cerco di fare lo gnorri.

Eppure ero convinta che voi due saresti stati insieme per sempre. Ero un po gelosa e lei quanto me. E’ sempre stata convinta che tu in realta’ nutrivi qualcosa per me. E piu’ lei me lo ripeteva, io negavo ma speravo di nascosto. Era vero? Che faccio? Spero?

Shock! Aveva ragione mia madre allora. E io? Prosciutto sugli occhi e salame nelle orecchie. Oddio, solo ora ricollego tutti I fatti. Quando preparava gli striscioni alle mie partite, quando mi faceva regali senza motivo, quando al mare saltava sul mio asciugamani e mi ricopriva di sabbia, quando diceva che non si fidava ad andare in motorino con nessuno se non con me, quando si offriva di tagliarmi I capelli, quando studiavamo insieme in camera sua e parlavamo per tutto il pomeriggio dei cazzi nostri, quando mi chiedeva incazzata perche’ secondo me alcune ragazze pensavano lei fosse lesbica, quando mi chiedeva cosa ne pensassi dei suoi ragazzi, quando mi chiedeva cosa avremmo fatto da grandi. E ora come glielo dico? M. ed io eravamo I fidanzati storici alle superiori. Non durammo molto oltre il secondo anno di universita’. Come glielo dico che la lasciai per il mio primo lui. E poi chiusi I ponti, ho perso molti di vista. Forse troppi.

Spera, spera che io un giorno trovi il coraggio per dirti quanto fortunata sei stata a non scegliere me.

partorito da: EirKermit alle ore 12:18 | link | commenti (18)
categorie: telenovelas
giovedì, 13 aprile 2006

Famose na risata

Ho passato la mattinata a scrivere un post. Poi stavo per cancellare tutto. Ci avevo messo tanta tristezza e dispiacere. Sconforto. Noia e fastidio. Rassegnazione e commozione. Parlavo del mio tenero cuoricino in tempesta su cui sono riapparse alcune profonde cicatrici. Parlavo del leggero senso di paura di tornare single dopo tanto tempo, del senso di euforia che ti pervade subito dopo la “liberazione” e del senso di insoddisfazione che segue dopo un po’. Ma poi… poi… e poi e’ successo che ho riletto tutto, ho salvato il documento e mi sono fatto una grassa risata. Ma mica serve poi a molto il melodramma. Mi son venuti in mente tutti quegli appuntamenti, on line e non che sono rimasti impressi a fuoco nella mia mente e allora ho cominciato a ridere come un deficente da solo in faccia al computer. Quelle situazioni assurde che se mai avessi prole mi piacerebbe tramandare di generazione in generazione. Un po’ come mio nonno raccontava delle colonie in Etiopia [o Somalia, non prestavo molta attenzione] cosi, nello stesso modo e con lo stesso tono solenne io racconterei:
Di quella volta che rimasi chiuso nella macchina del sedicente 28enne con fede al dito dello stesso colore dei suoi denti che aveva la sicura bambini allo sportello.
O di quella volta con l’architetto di successo con appartamento al centro che durante la cena romantica mette su il pornazzo con tanto di fist fucking e double anal chiedendomi se mi piacerebbe provare.
Quello che ti fissa una serata intera e poi prende coraggio, si avvicina col sorriso Durbans e ti sfodera: “Ciaodidovesei?” “Italia” “ma tu guarda ci sono appena stato, mi e’ piaciuta da morire Malta!”.
Di quello che mi invita a casa sua e che mi comincia a fare Gira La Moda avanti e indietro per farmi scegliere l’abbigliamento in cui lo preferivo.
Quando poi ti accade di incontrare il bravo ragazzo, carino, simpatico, col bel sorriso, poi vai a casa sua e ti trovi obbligato a fare sesso in presenza di una madonnina integralmente illuminata da capo e pie’ che troneggia sul comodino. Ma spegnerla no? “NO… E’ PECCATO!”
E che dire del tamarrozzo di che mi tiene in piedi una notte intera a parlare in inglese di Madonna, perche’ doveva esercitarsi con la “lingua” e che ad ogni mio cedimento di capo mi redarguiva con un secco “UECCAP!”.
E perche’ no anche di quella volta con l’americano che mentre eravamo nel “mentre” entra uno in camera che con tangibile disinvoltura fa: “continuate pure… fate come se io non ci fossi” e alle successive scuse “tranquillo, non ti preoccupare, e’ solo il mio ragazzo!”.

Ma si, in fin dei conti ho bisogno di nuovi spunti :) se proprio sono costretto a vivere senza potermi riprodurre almeno fammi fa quattro risate nel frattempo.

Ma perche’ adesso che invece ho cercato di scrivere qualcosa di piu’ leggero e divertente, quando rileggo il tutto mi vien da piangere invece?????

partorito da: EirKermit alle ore 13:59 | link | commenti (22)
categorie: telenovelas
domenica, 09 aprile 2006

Buon compleanno a me!

Si festeggia al pub, un pub all'aperto nonostante il fresco della sera ancora ti pizzichi la pelle, quasi per invogliare il tepore primaverile a fare finalmente la sua comparsa. Si beve, si soffiano le candeline disposte come su un pallottoliere: le due rosse indicano le decine, le 9 blu indicano le unita'. Io cerco di autoconvincermi che in realta' bisogna leggere il tutto in chiave algebrica e sommare il tutto per arrivare ad 11. Ma non funziona.
Si beve ancora, si scartano i regali e si comincia a lasciarsi andare ad un euforia malandrina.
Si cambia pub e si beve. A orario di chiusura si va alla ricerca di qualche party a casa di qualcuno. Si va tutti a casa di uno sconosciuto, cosi giusto per allungare la serata ed evitare di ammettere di essere troppo stanchi e troppo ubriachi e che sarebbe meglio andare a casa. Son le 6, tutti si muovono con lentezza e i discorsi si fanno leggeri e senza senso, io sono lucido, l'alcohol non mi ha soggiogato. Il cervello e' stato per tutto il tempo in azione, a macinare costantemente. Non ha ceduto. Son lucido.
Torniamo a casa, chiave nella toppa, la vocina registrata del sistema antifurto mi rassicura facendomi capire che e' la casa giusta. Richiudo la porta e do la solita girata di chiave.

Lui mi chiede: "Mi stai per lasciare, vero?"
Io gli rispondo: "Ti ho gia' lasciato, ma tu guardavi la tv."

Buon Compleanno a me.

partorito da: EirKermit alle ore 22:23 | link | commenti (17)
categorie: telenovelas

** AVVERTENZE ** Trattasi di pensieri sparsi e talvolta inutili. Questo blog non si prefigge il compito di rappresentare in alcun modo un mezzo di informazione giornalistica. La Rana declina ogni responsabilita', rifiuta ogni lamentela e/o risentimento che possano derivare dalla lettura di nomi, cose, fatti, persone esistite o esistenti che restano - in quanto virtualmente generati - VIRTUALI e lasciati all'etere. Qui confinati. Per dirla in parole povere: OGNI RIFERIMENTO E' PURAMENTE CASUALE.

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deep inside: Rana ... verde ... e con poteri Jedi. Al di fuori invece: umanoide sopravvissuto ai mass media degli anni 80 con tendenze skizoidi alla scrittura senza senso.

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