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Era un tipo ordinario ed ordinato. Un uomo speciale nella sua normalita', unico nel suo genere, un po' come tutti. Il suo sguardo non aveva nulla di particolare ed i suoi modi, seppur genuini, riuscivano ad infastidire anche gli indumenti che indossava. Pacato ed insofferente a tratti. Una di quelle persone che ti guardano con sguardo buono e ti fanno venir voglia di spaccargli la faccia, a gratis. Ti avrebbe dato sempre ragione fino allo sfinimento per paura di farti incazzare. La sua natura insicura non gli permette di prendere posizioni, di avere una opinione se non fedelmente ricalcata da quella altrui, in caso di conversazione a due, o da quella della maggioranza in caso di conversazione di gruppo. Una volta mi disse che non si trovava d'accordo con me, ma non ne ricordava il perche' e si scuso'. Avrei potuto sfogarmi su di lui, infierire per renderlo piu' forte. Finche' non ho capito che provava una forma di piacere nell'essere attaccato. Attacchi dettati dalla ricerca di una qualsiasi forma di reazione o dalla mancanza di ossigeno. Attacchi a volte silenziosi, eppure faticosi. La chiamano la sindrome dello zerbino. Andava molto in voga tra i ragazzi negli anni '80 dicono... quando ancora le ragazze giocavano a far finta di non darla via. Uno zerbino da maltrattare, su cui pulirsi le scarpe prima di entrare in casa, da sporcare e da cambiare poi quando e' troppo rovinato.
Sembra utile e' vero... ma anche lo scopettino del cesso e' utile... ma non per questo ne desidero uno.