venerdì, 26 maggio 2006

Vipere In Corpo

Iniziai a pensarci mesi fa. Le osse erano gelate, il cervello ormai atrofico e il cuore mi pulsava troppo forte. La mia casa era infestata da un ectoplasma troppo poco ingombrante. A stento lo si notava, tanto che ad un certo punto ho smesso di notarlo. Sobbarcarmi tutti le sue paranoie, le sue complicazioni quotidiane e le sue piccole nevrosi inspiegabili non era piu’ un piacere. Masochista? Forse. La mia Urban Family mi aiutava molto, due parole dette cosi, due paroline dette cosa. Via telefono o accerchiati dal fumo di una canna. Mi aggrappo al lavoro. Mi aggrappo alle partite di volley. Mi aggrappo alla tenda della doccia per non cadere, ma quella prima o poi cede, scivolo e mi spezzo l’osso del capicollo. La decisione poi giunge quasi inaspettata, come se mi fossi autoconvinto di non averci mai realmente pensato che tutto questo potesse accadere sul serio. Una telefonata con la mia neuro sorella e dopo cinque minuti inizio a predisporre tutto.
I 4 anni piu intensi della mia relativamente breve vita si sono scolpiti nel midollo osseo e non e’ stata poca la forza di volonta’ necessaria a salire su quel traghetto. Ancora ubriaco dalla sera prima. Sudato e affranto come il giro vita di Costanzo. La mia Urban Sister che mi aiuta a caricare l’auto a sottovuoto e che mi saluta coi lacrimoni. Poi mi dice di andarmene a ‘fanculo. Mi sbarro gli occhi dietro gli occhiali da sole per un sole non pervenuto. Dopo due ore di canto a squarciagola e singhiozzi strozzati vengo letteralmente pigiato nella pancia di una balena di metallo. 20 ore di navigazione + 3 giorni al volante: la prognosi. Trauma. Ritorno alla realta’. Rifiuto. Accettazione. Nuovo rifiuto. Simulo che tutto sia tranquillo, che tutto vada bene, che il sorriso sia vero. Le guance son tirate ma sono I muscoli a farle muovere. E qualcosa non mi torna.
Ho lasciato tanto. Ho lasciato amici, ho lasciato amanti, ho lasciato posti, ho lasciato abitudini, ho lasciato quel cielo, ho lasciato chiacchiere, ho lasciato promesse, ho lasciato tante cose che avrei voluto portar con me.
Mi dicono che e’ tutto normale. L’ho fatto perche’ volevo e perche’ dovevo in un certo senso. Ad ogni kilometro che mi lasciavo dietro sentivo un leggero pizzicotto nello stomaco. 1, 2, 3 …. 657, 1433, 2111, 2428, 2700.
2700 pizzicotti, 2700 sospiri, 2700 pensieri, 2700 preoccupazioni, 2700 ragionamenti, 2700 canzoni, 2700 vipere in corpo. Non mi agito, non rido troppo forte, non salto e non corro. Se mi mordono tutte insieme mi staccano quel pezzettino di cuore che m’e’ rimasto.

partorito da: EirKermit alle ore 16:34 | link | commenti (24)
categorie: telenovelas
giovedì, 11 maggio 2006

Basta un poco di zucchero

Una giornata di ferie tutta per me. Inutile dire ho gia’ l’impressione che finiro’ per non fare un cazzo, alzarmi a mezzo giorno passato, vegetare tra la cucina e il divano per un altra ora prima di trovare la lucidita’ sufficiente per trascinarmi nella doccia e scrollarmi di dosso il buio del sonno eccessivo che ha ridotto il mio universo di sensazioni ed emozioni ad un carciofino sott’olio saclá. Una scarica di buona volonta’ e via.

Soprendentemente sbrigo tutto alla banca, ufficio delle tasse, meccanico… stremato, mi concedo un po’ di shopping terapeutico. Puntatina da Zara, una mamma con bimbi al seguito, pare sia alla ricerca di una regalo per il marito. 3 bimbi: uno in passeggino, due a piedi, la piu’ grande sembra avere circa 5 o 6 anni. Mi fissano. Miiii faccio finta di nulla. Passo al negozio di dischi, spunta la famigliola felice Mattel… alla ricerca di videogiochi per le giovani marmotte stavolta… le due bimbe continuano a fissarmi. Inizio a preoccuparmi. Sono inquietanti a quell’eta’. Quando meno te lo aspetti ti sparano 2000 perche’ a cui tu non vorrai mai rispondere sinceramente. Scappo, penso alla spesa, cibo, stasera cucino io. Voglio far qualcosa di buono ed ipercalorico. Quattro formaggi rivisitato in chiave algebrica. 4 formaggi X 3 = 12 formaggi. Compro formaggi tanti, Tesco e’ fornitissimo e io faccio man bassa. La panna da cucina, mi serve la panna!! Nooooo ancora loro… mi stanno seguendo…. Stanno facendo scorta di snacks al formaggio e grissini, per le giovani birbe immagino. Tanto calcio per le giovani menti, mangiate e smettetela di fissarmi!!! Accellero e vado al reparto cosmetica. Domani sera dovrei uscire con Tipetto, siamo ottimisti, aspettiamoci qualcosa di buono, mi dirigo verso lo stand dei palloncini dell’amore & Co. Ne ho una bella scorta, meglio lanciarsi sul lubrificante, che non voglio farmi venire la lingua felpata come l’ultima volta che a forza di salivarmi in mano avevo cominciato a sentirmi un lama andino in via di estinzione. Mi guardo in giro, non perche’ me ne vergogni, ma perche’ ho paura che spuntino loro, la famigliola della Corazzata Potemkin con carrozzella e bimbe al seguito. Circospetto do un’occhiata. Niente. Stendo la mano, afferro la scatola, leggo johnson&johnson e mi rassicuro. Wow costa anche di meno qui, mi sembra appropriato esclamare “ma che culo!!”. Mi avvio alla cassa, col mio cestello ricco di bonta’ e buoni propositi. Arrivo, in ordine sparso I miei acquisti attendono di essere passati al laser. Apro il portafogli, caccio la carta, mi tolgo le cuffiette e le ripongo nella tasca, vado per riporre il cestello al suo posto e… NOOOO! Son loro, a far la fila dietro di me. E che minghia, mi sembra la famiglia di The Others. Appaiono dalla nebbia. Vabbe’ porta pazienza, spero di non ritrovarmeli in macchina nel sedile posteriore. Ovviamente la signora avanti a me ha preso 300 prodotti in offerta e ora devono scalare gli sconti. Di nuovo “che culo!”
La bimba piu’ alta prende coraggio, si appende al nastro e comincia a controllare minuziosamente cosa io mi stia accingendo ad acquistare. Che faccio, lascio tutto e scappo? O piu’ pazientemente faccio finta di nulla e attendo che miracolosamente diventi adulta tutta d’un colpo per mollargli un calcio? Attendiamo va’. Come temevo, inizia a chiedere alla mamma: cosa e’ quello? A cosa serve questo? E quello come si pronuncia? E cosa significa questo? La mammina, con dovizia di particolari spiega paziente: la natura, provenienza, impiego pratico e composizione chimico-fisica di ogni oggetto. Tremo. La bimba ad intervalli mi fissa e poi si rigira verso la mamma a porre una nuova entusiasmante domanda. E sbrigati tu co sti sconti!!!!
- Mamma mamma a cosa serve questo? – fa la bimbetta dalle trecce rosse indicando la scatola di bianco immacolata con le due letterine azzurre “KY”. E la mammina adorabile come non mai, guarda me, accennna un sorriso di circostanza, poi guarda la scatola, poi si avvicina, riguarda me, poi fissa la bimba, guarda il soffitto alla ricerca di un’ispirazione. Io godo in quell’istante. - Mo’ son cazzi tuoi – penso soddisfatto. Ma improvvisamente, la 'santa subito' inizia a saltellare su se stessa e intona:

A spoonful of sugar helps the medicine go down
the medicine go down-wown
the medicine go down
just a spoonful of sugar helps the medicine go down
in a most delightful way….

[Mary Poppins – Basta un poco di zucchero]

La bimba si dimentica della domanda fatta e iniziano tutti a canticchiare con lei, ora e' lei che mi guarda  e gode divertita, io la maledico con la forza del pensiero, pago e scappo. Che ti possa crollare un can caminin in testa!!!
 

partorito da: EirKermit alle ore 13:45 | link | commenti (26)
categorie: che vita é
martedì, 09 maggio 2006

Lil' Monkeys

- Ti aspetto a Heuston Station. Fai con calma. -
- Minchia, minchia, minchia – ripeto io, neanche fossi Dorothy che cerca di tornare nel Kansas. Son sempre in ritardo. Anche se non e’ colpa mia se c’era traffico e il bus e’ arrivato 20 minuti dopo. Ora Dave mi aspetta alla stazione. Il conducente del bus per evitare il traffico ha fatto una leggera deviazione, arbitraria, che mi ha portato circa 20 minuti a piedi dalla stazione… michia minchia minchia. Ripeto io. Fortuna che ho le gambe lunghe e il passo svelto. – 10 minuti e sono li, ammazza l’attesa contando le macchine rosse. Se ne conti piu di 10 il primo drink lo pago io! –
Lo vedo da lontano, seduto nella sua sgangheratissima opel, non la cambia perke’ dice che ha carattere e io gli rispondo sempre che c’avra’ il carattere di un 80enne a giudicare da come va. Lui ride.
E’ concentrato a scrivere un msg e non mi vede, ha la faccia scura. Gli occhi sono neri come sempre ma non c’e’ luce adesso. Le rughette tra le sopracciglia sono un po piu’ marcate del solito.
- Come va? – splendido, io con i miei ritardi, dissimulo.
- Sei in ritardo!!! Ne ho contate solo 8, solita sfiga! Quando ti serve il traffico non lo trovi mai. – io non dissimulo abbastanza bene e neanche lui.
-  Tranquillo, lascio scegliere a te il primo drink visto che paghi tu! –
- Ah bene, non solo faccio lo schiavo egizio ora mi prendi anche per il culo. Scusami se son venuto in auto, ho la lettiga dal meccanico – adoro il suo accento del southside, leggermente ricercato, merito della sua famiglia bene, a guardarlo sembra tutto tranne che ricercato. Porta sempre la barba di almeno due giorni, la accorcia, non la rade mai. I denti sono delicatamente disordinati e la cicatrice sulla fronte mi ricorda un po’ John Wayne o Clint Eastwood… ma poi se penso che se l’e’ procurata a 8 anni mentre cercava di fare king kong appeso allo stendipanni mi vien da sorridere. I suoi pantaloni sembrano sempre appena usciti dalla lavatrice e indossati bagnati, ma e' bello cosi com'e'.
- Zitto e guida, altrimenti ti faro’ frustare dalle mie guardie…. Anzi no forse ti piacerebbe troppo. Ti faro’ legare e ti obblighero’ a guardare le mie guardie fare la doccia, mani legatissime!! –
- Duncan non sta bene –
- …. Che intendi? Cosa e’ successo? Mi ha scritto giorni fa, come e’ possibile? – sapevo che qualcosa non andava ma facevo finta di nulla perche’ volevo aver torto.
- lo hanno ricoverato ieri, vicino Melbourne, sua sorella e’ con lui. – guardo Dave e lui per un attimo si gira e mi mostra I suoi occhi senza luce. Mi prende la mano e se la porta sul suo ginocchio. Io non voglio dire nulla. Aspettero’ un po’.
Duncan viveva qui a Dublino, ci ha vissuto per 14 anni. Duncan adesso vive a Melbourne, lui e’ HIV+ da 15 anni. Lo conobbi anni fa in un bar. Bello come pochi dopo i 35 sanno essere. Bello come solo lui sapeva essere. Con uno humor da cabarettista disoccupato. I suoi occhi mi hanno sempre ricordato I pacchi della pasta barilla vuoti, tutto blu intenso intorno e poi questo buco nero al centro. M’aspettavo sempre che apparisse la scritta barilla e il tempo di cottura da un momento all’altro. La fronte alta e il naso disegnato al goniometro, se lo guardi di profilo sembra uno di quei nasi affilati e altezzosi, poi basta guardarlo di faccia per accorgerti di quanto ingannevole sa essere la natura. Con le sue obbligatorie polo della Lacoste della taglia giusta, tanto giusta da far intendere senza alcun dubbio che aveva speso parecchi anni a correre dietro ad una palla da rugby. Duncan e’ stato con Dave per piu di 5 anni, poi son diventati amici, quel tipo di amico fraterno a cui non riesci a dir di no ma a cui non puoi neanche dire troppe volte si. Quando Duncan mi presento’ Dave, qualche settimana dopo esserci conosciuti, ebbi la stessa sensazione che hai quando sei dal dottore e aspetti I risultati, poi quello esce, faccia di pietra e quando e’ a 10 centimetri da te sboccia in un sorriso rassicurante pronunciando la sua battuta: Tutto ok!
Dave mi osservava da lontano con quegli occhi scuri, Duncan da vicino mi sussurrava di non farmi intimorire, che era un normale atteggiamento da sorellina gelosa, che bastava saperlo prendere per conquistarlo. Vado al bar.
- Dave, te ne posso prendere un altro?
- Non ti preoccupare, vado io tra un secondo, devo ordinarlo io oppure ti mollano una cosa qualsiasi.
- Ci posso provare, sembra Blackbush o Paddy’s? Giusto? Due cubetti? – le pupille gli si dilatano di un millimetro ulteriore, giusto un millimetro, tutto quello di cui avevo bisogno per fare breccia.
- Blackbush…. Due cubetti…. Il ghiaccio dopo pero’…. –
- il ghiaccio dopo… right up! – compiaciuto mi avvio al bar e da li poi la situazione si inverti’, Dave ed io passammo tutta la serata a parlare e scherzare e a prendere educatamente e figurativamente per il culo le divine checche dublinesi che si pavoneggiavano per il locale. Duncan ogni tanto si allontanava di qualche passo, portava la mano a L sul mento, e scuotendo il capo gridava: - cosa ho creato…!? Voi due insieme mi spaventate. –
Ne parlammo in tre, il giorno dopo, che la cosa doveva rimanere cosi. Dave perche’ preferiva investire su un nuovo amico che lottare contro un possibile rivale. Io perche’ preferivo investire su due nuovi amici anziché lottare contro un possibile fidanzato e tenere a distanza di sicurezza un fantasma del passato. Duncan ci osservava spaventato e leggermente divertito. Non lo disse ma son sicuro che e’ stato in quel momento che ha iniziato a considerarci i suoi due “lil’ monkeys” ….
Dopo un anno e’ tornato in Australia, ha ripreso possesso della sua vecchia casa, in cui aveva vissuto con I genitori da bambino. I genitori che lui tanto aveva amato ma che avevano deciso di limitare il loro affetto dopo la sua decisione di abbandonare il seminario e di andare a vivere nel peccato a londra. Quei genitori che gli avevano dato vita, quei genitori che ha perso non per colpa della morte, e come una specie di tributo ha deciso di tornare nel posto in cui loro hanno vissuto tutta la loro vita per capire se poi era stata proprio tutta colpa del peccato se ora sta morendo lentamente.
Razionale, lucido e calmo. Quando mi racconto’ della sua decisione e dei motivi che l’avevano spinto ad un drastico cambio.
Dave parcheggia, nelle linee, preciso come un paio d’occhiali nel fodero. Usciamo dall’auto che a momenti crolla in frantumi allo sbattere delle portiere. Ci dirigiamo al Front Lounge e io vado dritto al bar, lui al bagno, la sua vescica isterica inizia a farsi sentire.
- Blackbush, straight, 2 ice cubes on top and Jagermesiter with ice and a slash of blackcurrant – recito, come se fossi in farmacia.
Dave ritorna quasi in lacrime – Ma non dovevo comprare io il primo giro!? Mi sento un coglione, doveva per forza andarsene a 14 anni luce da qui. Un rene ha deciso di smettere di funzionare, cosi, all’improvviso, ma ti pare normale!? Si la sorella e’ li con lui, ma qui avrebbe avuto tutti i suoi amici, ci siamo conosciuti nel bagno di questo bar 8 anni fa, mentre facevamo la fila, mi aveva chiesto se mi piaceva il pissing perche’ stava per esplodere, non ce la faceva piu ad aspettare e se proprio doveva voleva trovare un modo per non doversi sentire in imbarazzo! Ma ti pare, gli scoppiai a ridere in faccia, risi cosi tanto che finí per scappare a me. Ma io glielo ho detto sai, ma perche’ te ne vai? E lui non mi ha mai  saputo rispondere. –
- perche’ proprio 14? – mi spunta mentre rigiro il bicchiere.
- Cosa 14? –
- gli anni luce? Perche’ proprio 14? – lo guardo
- ma che ne so!!! 14 come 15 o 16 … era per dire – si agita un po’ troppo, se ne accorge, accenna un sorriso, e capisce la mia domanda.
- 14 e’ il suo numero fortunato, ti ricordi la torta dei 38 anni? 2 X 14 + 10 ? – sorrido.
- telefoniamo? –
- si, aspettiamo un po’ pero’, chiamiamo dopo mezza notte cosi lo troviamo sveglio –
- buffa questa, non mi ricordo una volta che sia andato a dormire prima delle due –
- non penso che negli ospedali australiani abbiano istituito degli appositi pubs per la libera circolazione di alcolici per pazienti con problemi renali –
-  e su questo potresti anche aver ragione, aspettiamo va. Un altro giro?
- Si – strizzo l’occhio e gli do uno schiaffo sul culo, lui non grida ma fa finta di zoppicare.
10 giri dopo usciamo e ci dirigiamo alla macchina. Mantengo un equilibrio dignitoso ma Dave non ci prova neanche.
- Dammi le chiavi Dave – tono perentorio
- Sto bene sto bene, non ho nessuna intenzione di guidare, prendiamo un taxi – biascica
- Non e’ per quello, devo prendere la mia borsa dalla macchina e tu non riusciresti a centrare la serratura neanche se fosse grossa come il culo di tua sorella. –
- mmm e’ dimagrita sai, non e’ piu’ un elefante… piu’ un ippopotamo di media taglia ma mi sa che hai ragione –
- Fermiamoci in macchina per un momento, telefoniamo? –
- si dai dai dai – si illumina come un albero di natale al pensiero
- vado a prenderti una bottiglia d’acqua in quel negozietto, cosi almeno ti si scolla il palato dalla lingua e riesci ad articolare anche la mandibola, parli come un mocho vileda –
- sai cosa si dice dei mocho vileda? – No cosa? – che abbiano una bella mazza!! – lo guardo divertito, mi sento gli occhi sorridere a sentirlo fare battutacce del cazzo
- bevi su – gli dico…
- Ma squilla? Sta squillando? – si agita di nuovo;
- si si squilla, aspetta metto in viva voce, senti? – posiziono il telefono al centro;
- Haaaaallo? – spunta dal telefono una mezza voce che mi colpisce al petto, il suo accento bastardo, mezzo inglese mezzo bostoniano, tutta una messa in scena e lui lo sa, una mezza voce che dice piu’ di quanto vorrebbe
- Ciaaaaaaaaaaaaao! – in perfetto sincrono, senza prove moduliamo la lunghezza delle vocali in una identica, perfetta nota.
- ….. …... siete ubriachi!! You lil’ monkeys! – uno sbuffo sul ricevitore, sta sorridendo. Mi giro, Dave mi guarda, mi prende la mano e la posa sul suo ginocchio, sorridiamo.

partorito da: EirKermit alle ore 11:52 | link | commenti (8)
categorie: telenovelas
giovedì, 04 maggio 2006

Eirí Na Gréine

Ho sempre pensato che la musica sia molto importante. In ogni situazione. Forse per una necessita’ indotta di assegnare ad ogni momento una colonna sonora. Cresciuti e formati dinanzi ad uno schermo, grande o piccolo, ti sembra naturale che certe frasi debbano essere sottolineate dalla giusta musica di sottofondo.

Cosi come diceva Barbra Streisand in Mirror Has Two Faces: “quando baci qualcuno ti aspetti che partano le campane e la musica celestiale”, visione dell’amor romantico che tutti alla fin fine cederebbero se non fosse cosi stereotipata e dannatamente mellliflua.

Nella realta’, purtroppo, le campane suonano solo a mezzogiorno e spesso le ascolti solo di domenica quando tu cerchi di dormire quel poco in piu’. E si finisce quindi per maledirle. In alcuni momenti anche solo una canzone alla radio, un cd, un grammofono o un giradischi a dinamo, qualsiasi cosa… ma un po’ di musica in sotto fondo e’ assolutamente necessaria.

Lui: “ho davvero bisogno di parlarti di qualcosa di serio”
Io: “oddio, dimmi, che e’ successo?”
Lui: “beh, vedi, e’ successo che io mi sto avvicinando parecchio a te”
Io: “si avevo notato, e un po’ mi fa piacere, un po’ mi confonde”
Lui: “ecco vedi, e’ proprio la seconda parte che mi lascia perplesso, so che e' presto e forse inopportuno, ma se solo avessi piu’ tempo a disposizione riuscirei a dimostrarti che ne vale la pena riprovarci”
Io: “Ma non ce n’e’ abbastanza di tempo e non hai bisogno di dimostrarmi nulla”
Lui: “ Ma io sento questa cosa crescere e non so che nome darle, non so che parole posso usare, non so come dirtelo … che insomma …. Vedi …. PRRRRRRRRRRRRRRRRRRRRR ….. oops scusa, apro la finestra, e’ una di quelle puzzolenti, deve essere la pizza coi peperoncini che mi si ripropone …. “
Io: “beh a giudicare cosi sembrerebbe piu’ il capretto di pasqua in fermentazione…”

Se solo avessi acceso lo stereo in tempo!!!

partorito da: EirKermit alle ore 10:10 | link | commenti (20)
categorie: telenovelas, che vita é
martedì, 02 maggio 2006

Scendo io.

 
Io e la mia cagnetta giocavamo a palletta.
Io e la mia cagnetta ci giocavamo sempre.
E non ci stancavamo mai. Un tira e molla continuo. Evita ostacoli, colonne, vasi, buche, ma ci riuscivamo sempre a giocare a palletta. Ed era facile divertirsi. Lei non poteva ridere o sorridere ma lo so che se avesse potuto lo avrebbe fatto. Di cuore, a crepapelle, come le risate dei bimbi di un anno. Quelle risate che assomigliano un po’ al verso delle anatre ma piu veloce ripetutamente e un po meno acuto.
Il gioco e’ semplice, ve lo spiego:
Prendi una palletta, possibilmente da Tennis, ma in mancanza di questa ci si puo’ anche accontentare di un qualsiasi oggetto di simile foggia. Assolutamente da evitare le palline rimbalzine [meglio conosciute come ZompaZompa ™] a meno che non ci sia bisogno di allenarsi per I campionati di Dodge Ball di Kyoto.
Prendi un cane, per giochi indoor meglio orientarsi su una taglia media, medio/piccola; se poi avete a disposizione un terrazzo o meglio ancora un giardino lasciatevi andare alle gioie di un bel pastore maremmano o un terranova o equivalente.
Lanciare con decisione la pallina, variando continuamente intensita’ e lunghezza del lancio. Intervallare I lanci con simpatiche finte di corpo, ora col polso, ora braccio o col busto. Per I cani piu’ allenati e’ talvota necessario esercitarsi anche ad assumere uno sguardo convinto.
Il gioco va avanti cosi, fino a che:
a) Il lanciatore subisce un infortunio, si lussa una spalla o semplicemente si stanca.
b) Il cane subisce un infortunio, salta al di la della balaustra e fa un salto di 9 piani, o semplicemente si stanca.
c) si resta a corto di pallette.
La mia cagnetta non si stancava mai. Non si infortunava mai e non e’ mai saltata giu’ oltre la balaustra per rincorrere le innumerevoli pallette cadute giu’.
Si limitava a guardarmi, fisso, col sopracciglio leggermente incurvato all’in giu’, testa leggermente inclinata, il muso chiuso, la coda e le orecchie dritte e l’occhio lucido. A meta’ strada tra il perplesso e l’incredulo.
Siamo cresciuti praticamente insieme, avevo 3 anni quando mia sorella la trovo’ appena nata nei boschi di Quisisana. Ne avevo da poco compiuti 20 quando, con lei sul sedile posteriore, guidavo l’auto su per le curve diretto a quegli stessi boschi per seppellirla.
Se adesso mi guardassi allo specchio son sicuro di avere la stessa sua espressione, quando con quell’occhio lucido cercava di chiedermi il perche’ la pallina avesse tutto d’un tratto deciso di sfuggire alla mano del padrone e ai suoi canini rapidi e con un balzo, tanto improvviso quanto probabile,  deciso in alternativa di buttarsi giu’ dal 7mo piano.
Ok ok …. Scendo io a prenderla, ma mi ci vorra’ un po’.

partorito da: EirKermit alle ore 08:40 | link | commenti (13)
categorie: telenovelas

** AVVERTENZE ** Trattasi di pensieri sparsi e talvolta inutili. Questo blog non si prefigge il compito di rappresentare in alcun modo un mezzo di informazione giornalistica. La Rana declina ogni responsabilita', rifiuta ogni lamentela e/o risentimento che possano derivare dalla lettura di nomi, cose, fatti, persone esistite o esistenti che restano - in quanto virtualmente generati - VIRTUALI e lasciati all'etere. Qui confinati. Per dirla in parole povere: OGNI RIFERIMENTO E' PURAMENTE CASUALE.

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deep inside: Rana ... verde ... e con poteri Jedi. Al di fuori invece: umanoide sopravvissuto ai mass media degli anni 80 con tendenze skizoidi alla scrittura senza senso.

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